Armando Punzo

IL DOPPIO BINARIO, di Armando Punzo   Il punto di partenza del teatro, per me, è sempre “l’uomo ignobile”, l’essere umano avvinghiato alla vita. Immaginiamo di avere a disposizione una serie di manichini neutri che si utilizzano per il disegno e la pittura. Il primo manichino rappresenta quest’uomo poco nobile. Immaginiamo anche di corredare, lentamente, il modellino di legno di miriadi di cartellini con tutte le qualità che caratterizzano l’uomo. Il teatro per me nasce qui: dall’insoddisfazione di un uomo scontento di sé, che si muove, cerca continuamente, tende verso un altro sé possibile. Parto quindi da me, da un me compromesso dalla realtà, che si sforza di prendere le distanze dal reale che si porta dentro. Da questo tentativo disperato nasce l’attore. Anche sotto il manichino che rappresenta l’attore collochiamo allora molti cartellini per individuare le forme completamente diverse che può assumere, dal rito, alla rappresentazione, alla performance. Lo snodo che mi interessa è quello del passaggio dall’uno all’altro manichino, dall’uomo all’uomo-attore, tutti quei tentativi di essere assenti, di non essere più presenti per come ci si aspetta, di mancare alla conta. La ricerca in cui credo tende, infatti, all’oblio, che però non è mai fine a stesso, ma… Continua a leggere

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Marco Martinelli

Ringrazio Marco De Marinis e Roberta Ferraresi per questo invito. Non potevo non venire. Dovevo. E mi scuso in anticipo con tutti voi: avrei voluto seguire tutta la giornata, ma sono impegnato in questi giorni in un’impresa caotica, gioiosa, infernale, che mi costringerà ad ascoltare solo un paio di amici per poi tornare in fretta a Ravenna. Partirò da una citazione e un fatterello. La citazione è di Goethe: “ho sempre trovato il mondo più geniale del mio genio”. Al lato opposto – alfa e omega, zenit e nadir –, c’è il fatterello, avvenuto a Parigi mesi fa, che mi è stato raccontato così: un noto drammaturgo francese incontra un noto regista italiano, il noto drammaturgo francese curioso gli chiede: “ma senti, oggi, in Italia, chi c’è che lavora bene, cioè che lascia un segno, che insomma… delle personalità vere, oggi, nel teatro italiano?”. Il noto regista italiano ci pensa un attimo, o forse non ci pensa neanche un attimo, non eravamo lì, non possiamo saperlo se ci sia stato un momento, anche solo un impercettibile momento di sacro dubbio, sta di fatto che il noto regista italiano risponde perentorio così: “Nessuno. A parte me, nessuno.” La fonte è degna:… Continua a leggere

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Instabili Vaganti

DOVE LA PRESENZA EVOCA L’ASSENZA, di Instabili Vaganti   È singolare rievocare la nostra partecipazione al convegno Terzo Teatro: ieri, oggi, domani a un anno di distanza temporale e circa 6000 km di distanza spaziale. Ma ancora più particolare è scrivere il seguente intervento sul Terzo Teatro dopo aver incontrato da pochi minuti Eugenio Barba, alla National School of Drama di New Delhi, dove siamo stati invitati con il nostro spettacolo Made in Ilva a quello che quest’anno sembrerebbe essere uno dei più grandi e importanti eventi teatrali del mondo: le “8th Theatre Olympics” in India. Vedendo lo spettacolo dell’Odin in programma al festival, The Great Cities under the Moon, ho pensato subito a quanto il nostro teatro sia distante dal loro. Sentendo il discorso di Eugenio Barba durante il Word Theatre Forum, ho pensato invece a come vi sia qualcosa nel loro lavoro che empaticamente sentiamo appartenerci: una sorta di codice genetico dell’attore che ci accomuna. Come compagnia Instabili Vaganti non ci siamo mai sentiti a nostro agio in nessuna categoria o classificazione di genere. La nostra ricerca mira a scardinare le etichette, le scatole cinesi nelle quali la critica e il mercato teatrale vorrebbero incasellarci. Al Fringe di… Continua a leggere

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ErosAntEros – Davide Sacco e Agata Tomšic

Durante il nostro percorso abbiamo avuto la fortuna di avere come compagni di viaggio una nutrita schiera di maestri. Alcuni di loro li abbiamo conosciuti soltanto su carta, attraverso i libri. Altri attraverso le loro opere in video o dal vivo. Altri ancora li abbiamo conosciuti di persona e abbiamo avuto la fortuna di scambiare con loro idee e pensieri. Alla fonte di alcuni ci siamo abbeverati attraverso esperienze formative. Con altri abbiamo collaborato alla creazione di opere, condividendo una parte importante della nostra vita nel teatro. Tra tutti questi amici-maestri l’Odin è stato ed è sicuramente tra quelli che più sentiamo vicini e che più sono stati importanti nello sviluppo della nostra etica e poetica. In realtà non ci sentiamo di appartenere a un filone di teatro piuttosto che a un altro. Amiamo e sentiamo a noi vicini artisti diversi, senza rinnegare coloro che hanno lavorato nel sistema della stabilità o che si sono isolati nella sperimentazione più estrema. Non siamo e non vogliamo essere gli epigoni di nessuno ma a differenza di molti nostri coetanei non crediamo di essere orfani di padri. Al contrario, siamo convinti di avere molte sfere parentali attorno noi: padri, madri, sorelle, fratelli, amici,… Continua a leggere

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Renzo Filippetti

Devo confessare che sono venuto a quest’incontro un po’ prevenuto: temevo rischiasse di trattarsi di un’assemblea di combattenti e reduci. Tante volte si parla del Terzo Teatro al passato, come qualcosa che c’è stato e non c’è più, ma non è così. Dall’altro lato, mi ha colpito l’intervento di Gabriele Vacis, che cercava nel suo computer frammenti legati al Terzo Teatro. E ho pensato: non voglio finire in un computer, è veramente deleterio – siamo carne e sangue. Devo però ricordare che Gabriele Vacis ha scritto un importante libro “Awareness” (consapevolezza) sulla permanenza di Grotowski a Torino, riportando fedelmente quello che Grotowski diceva, una cosa rara perché normalmente quelli che parlano di Grotowski interpretano quello che lui ha detto. C’è un elemento di discrimine fondamentale da chiarire sul Terzo Teatro: è stato un’ipotesi strategica che i critici hanno trasformato in una corrente artistica, ma in realtà era anzitutto un modo di occupare un territorio ideato da quei gruppi che non si riconoscevano né nel teatro tradizionale né in quello d’avanguardia. Ho sempre pensato al Terzo Teatro come ad un accampamento beduino pieno di identità diverse tra loro ma accomunate da un unico bisogno: costruire una terra dove far germogliare le… Continua a leggere

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Pino Di Buduo

Questa importante manifestazione è un’occasione che ci riunisce, che ci fa incontrare e ci permette di scambiare le nostre ultime esperienze e soprattutto di riflettere sulla storia del Terzo Teatro, sulla nostra storia che ha aperto tante nuove possibilità per il mondo teatrale, che poi si sono affermate e oggi mi sembrano finalmente acquisite. Alcuni concetti, alcune pratiche, alcuni campi di ricerca prima non esistevano: è il Terzo Teatro che le ha introdotte insieme a tutto il grande movimento dei teatri di base dagli anni Settanta in poi. Ha introdotto, per esempio, in modo organico – proprio per la sua natura –, il rapporto con il territorio. A questo riguardo posso raccontare la storia del Teatro Potlach, che ho fondato insieme a Daniela Regnoli nel 1976 a Fara Sabina, un borgo medievale a pochi chilometri da Roma. A quell’epoca ero assistente alla cattedra di Tradizioni Popolari del prof. Diego Carpitella e alla cattedra di Antropologia Culturale del prof. Alberto Mario Cirese nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Pensavo a una carriera universitaria dedicata ai nuovi campi di ricerca scientifica applicati all’uomo, alle comunità, alle identità e alle tradizioni. In questi settori mi impegnavo molto, ma… Continua a leggere

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Horacio Czertok

Per fare in fretta: ho avuto la fortuna di pubblicare un libro, Teatro in esilio – edito anche in tedesco per i tipi di Brandes&Apsel Frankfurt e recentemente in inglese col titolo Theatre of Exile presso Routledge (2016), a dimostrazione del vivo interesse che esiste in altri territori su questa esperienza del teatro –, e lì potete trovare le nostre storie, avventure, scelte, metodologie. Una volta ho chiesto a Claudio Abbado – che viene spesso a Ferrara – perché si fosse impegnato nella creazione di proprie orchestre e non suonasse mai con per esempio l’orchestra sinfonica “Arturo Toscanini”; mi guardò stranito e mi rispose: “mai”. Avete visto Prova d’orchestra? Come si fa a suonare con un’orchestra dove a una certa ora la prima tromba dice “ora basta, pausa sindacale”? Ecco allora che Abbado si è creato le proprie orchestre. Questo insegna che se vuoi creare il tuo teatro ti devi creare le condizioni in cui poter lavorare, dove decidi tu quando è giorno e quando notte, dove scegli gli strumenti che vuoi usare. Tra l’altro Abbado ha gli spartiti e un pubblico affezionato. Noi invece dovevamo creare le nostre partiture e, da esuli, anche il nostro pubblico. Quando siamo arrivati… Continua a leggere

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Claudia Contin Arlecchino

LA GUERRA DEL POETA. UN HAIKU TEATRALE FRA GIUSEPPE UNGARETTI E EGON SCHIELE, di Claudia Contin Arlecchino   La Guerra del Poeta, realizzata nel 2014, è una performance di Claudia Contin Arlecchino per la regia di Ferruccio Merisi, che sviluppa e porta a compimento un nodo tematico e una invenzione espressiva già toccati nei precedenti lavori della Scuola Sperimentale dell’Attore, una compagnia istituita a Pordenone nel 1990 dall’attrice friulana e dal regista bergamasco. La tecnica d’attore su cui si basa la performance è denominata “Tragedia dell’Arte” ed è ancora precedente: fondata da Claudia Contin Arlecchino nel 1987, si basa sui suoi studi posturali dell’opera del pittore Egon Schiele, avviati sin dalle frequentazioni giovanili dell’attrice all’Istituto d’Arte di Udine, all’Università di Architettura e all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma chi è Egon Schiele per l’attrice conosciuta come la prima donna a indossare i panni del carattere maschile di Arlecchino? Nato a Vienna nel 1890 e morto di influenza a soli 28 anni pochi giorni dopo la fine della Grande Guerra, Schiele venne considerato al suo tempo un pittore ribelle e scandaloso. Oggi è, invece, uno dei simboli più rappresentativi di quella che può essere chiamata la “grande crisi” dell’Arte e… Continua a leggere

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Beppe Chierichetti

Sono un attore. Questo vuol dire, tra le altre cose, che non sono una persona abituata a riflettere pubblicamente sul teatro. Piuttosto, sul senso di alcuni percorsi personali. Forse per questo, alla domanda cosa sia ora, cosa sia stato e quale debba essere considerato un carattere distintivo del Terzo Teatro l’unica risposta che mi viene spontanea è: la fedeltà. La fedeltà alla propria storia. Per noi del Teatro Tascabile di Bergamo si traduce in: fedeltà al gruppo. Sono parole chiave. Fedeltà. Storia. Noi, nostra. La fedeltà costa cara. Perché abbiamo continuato così, secondo la nostra tradizione e le nostre logiche, forse non sempre noi stessi avremmo saputo dirlo. Però abbiamo disciplinatamente pagato fino in fondo la fedeltà e il lusso di parlare di una “nostra” storia. Ora vi svelerò un piccolo segreto. Il 16 dicembre del 2016 il Sindaco di Bergamo ha insignito il nostro teatro della Medaglia D’oro e Civica Benemerenza del Comune “per aver contribuito con disinteressata dedizione, attraverso la sua opera e le sue azioni, al prestigio della città. L’originalità dell’azione, la continuità di percorso, le attività di formazione e il fertile intreccio con altri enti e associazioni fanno del TTB un attore culturale di grande qualità… Continua a leggere

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Mario Barzaghi

L’ATLETA E L’ATTORE, di Mario Barzaghi   Quando mi hanno proposto di intervenire all’interno del convegno Terzo Teatro: ieri, oggi e domani, mi sono chiesto, in primo luogo, quale potesse essere la forma più adatta per dar corpo, nei venti minuti a disposizione, a una sintesi del mio percorso attoriale che ha mosso i primi passi negli anni Settanta. Ho scelto, dopo essermi consultato con i miei compagni di lavoro del Teatro dell’Albero, una modalità performativa capace di coniugare la spiegazione con l’esempio pratico. È nato così l’intervento che abbiamo chiamato L’atleta e l’attore. Cosa hanno in comune un atleta e un attore? Non certo i muscoli, né il corpo ben levigato, né l’agilità ginnica; il legame è più sottile. Quello che a me interessa è il momento che precede la gara, l’attimo che viene prima del fischio, del colpo di pistola dello starter. In quell’istante tutto il corpo è pronto, è teso verso il traguardo, è nella compressione che anticipa l’esplosione. Questo è quello che accade in quella frazione di tempo che precede l’ingresso in scena. Immagino il corpo “compresso”, “costretto”, ridotto alla sua essenza, quasi fosse lo scarabocchio di un bimbo su un foglio bianco: una linea verticale… Continua a leggere

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