IL FOLLE VOLO Interviste a Pietro Floridia e Abraham Tesfai

[a cura di Laura Budriesi e Alice Farneti] Se dovessi ricordare Pietro Floridia con un’immagine menzionerei quella particolarmente significativa di un cielo visto dal basso, tra le maglie di una rete, quella alta cinque metri dell’ex Cie di Via Mattei, a Bologna, ex centro di reclusione ed espulsione, ora Hub, un centro di prima accoglienza e transito per migranti. Ospite del convegno “Danze africane in transito”, a cura di Giovanni Azzaroni e di chi scrive, Floridia ha raccontato la sua esperienza laboratoriale svolta negli anni nel centro di reclusione, spazio chiuso percepito come luogo di segregazione carceraria, da cui cominciava a trapelare oltre il muro di cinta una realtà di violenze e abusi da parte di polizia e sorveglianti. Il regista bolognese aveva focalizzato il suo intervento sull’uso della danza come primo contatto tra due gruppi – lui e alcuni dei suoi attori – e i migranti: «due gruppi entrambi piuttosto spaesati, entrambi non a casa propria, entrambi in una terra di nessuno». Ricordava come nell’aria ci fosse un certo imbarazzo fino a che non aveva deciso di mettere al centro del cerchio un tamburo e in quel modo avevo preso vita una danza improvvisata, spontanea: «l’incendio era divampato, si era… Continua a leggere

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OLTRE LE COLONNE D’ERCOLE La tempesta scritta sull’acqua di Cantieri Meticci

[di Laura Budriesi] Il viaggio verso l’Altro comincia sempre con una nave. Che sia una delle caravelle di Cristoforo Colombo? Oppure un vascello corsaro pieno di tesori? O forse è la nave con cui inizia La tempesta di Shakespeare che di qui a poco farà naufragio nei Caraibi, o a Lampedusa visto che viene da Algeri, grazie alle magie di Prospero o forse, visti i tempi e le rotte, potrebbe anche avere la stiva carica di migranti (Cantieri Meticci, Calibano). Una maschera da uomo-pesce, da uomo-animale. Uno degli oggetti di scena, una delle tecniche attoriali scelte per penetrare nel Calibano. Mi interessano le maschere, mi ispirano domande, mi ricordano l’Africa e la mia immersione nei suoi rituali, lo “spossessamento” che subiva il danzatore indossandola. Di “spossessamento”, di identità multipla, fragile o meticcia ci parlano anche le storie di vita reale dei giovani che danno vita al gruppo Cantieri Meticci, storie spesso nate sulle strade percorse dall’Africa, dall’Afghanistan, dall’Iran, dalla Cina, verso l’Italia. Anche di queste storie si nutre la drammaturgia dello spettacolo Calibano, presentato a luglio dello scorso anno a Bologna. Il protagonista è interpretato da un giovane attore migrante che indossa la maschera del pesce- mostro. Forse perché egli viene… Continua a leggere

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CANTIERI METICCI Dove migranti, rifugiati e italiani diventano «professionisti delle arti»

[di Laura Budriesi] Pietro Floridia è il regista di Cantieri Meticci, un gruppo particolare, un ensemble assai eterogeneo nato tre anni fa, dove migranti, rifugiati, richiedenti asilo si mischiano a italiani ed europei e i partecipanti provengono da molti paesi, tra cui Afghanistan, Belgio, Camerun, Cina, Nigeria, Pakistan, Russia, Eritrea. Gli attori sono «ragazzi incontrati per strada a cui viene data la possibilità di divenire professionisti delle arti», sottolinea Floridia. Il progetto prende forma nel 2005 nell’ambito delle attività della Compagnia del Teatro dell’Argine. Originariamente si chiamava Compagnia dei Rifugiati ed è nata come progetto laboratoriale, all’interno sia del Teatro ITC di San Lazzaro di Savena sia del Centro Interculturale Zonarelli: qui a poco a poco le lezioni di italiano si sono unite alla pratica teatrale. L’idea era quella di coinvolgere i rifugiati politici per riempiere un vuoto, quel periodo di tempo indefinito che loro trascorrono in attesa di ottenere un riconoscimento dallo Stato italiano. Il desiderio era, ed è, quello di far recitare chi a fare l’attore non aveva mai pensato, come la volontà politica è quella di far corrispondere teatro e polis. Una polis che oltretutto in questi anni ha cambiato notevolmente la sua composizione. Il gruppo nel… Continua a leggere

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FOCUS 3 | CANTIERI METICCI O DELLA NECESSITÀ DI SCATENARE TEMPESTE Work in progress sulle arti performative di matrice africana a Bologna

[di Laura Budriesi] Da diversi mesi partecipo alla realizzazione di un progetto di ricerca sugli aspetti performativi delle culture dei migranti africani a Bologna, sia in forma di intervista e ricerca scritta, che di documentazione video, in collaborazione con Giovanni Azzaroni (Dipartimento delle Arti – Università di Bologna) e Cristiana Natali (Dipartimento di Storia Cultura e Civiltà – Università di Bologna). «Scopo del progetto – secondo Azzaroni – dovrebbe essere non solo studiare e verificare come le culture dei migranti africani siano variate al contatto con quelle occidentali, ma anche come quelle occidentali si siano arricchite e modificate incontrando quelle africane. In altri termini io e l’altro devono diventare noi». «L’intento – aggiunge invece Cristiana Natali – è verificare in quali forme, attraverso quali canali e quali strategie, le arti performative di matrice africana abbiano trovato una ricezione nel panorama culturale e sociale bolognese e in quale misura abbiano contribuito a creare forme espressive composite. La ricerca prenderà in considerazione sia i lavori di artisti migranti di origine africana sia le proposte di artisti i quali, indipendentemente dalla loro provenienza, hanno fatto delle arti performative di matrice africana il proprio linguaggio espressivo. Particolare attenzione sarà riservata all’analisi di produzioni musicali, teatrali… Continua a leggere

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DAL 2016 AL 1995. IN CERCA DELLE “EUMENIDI”. Una ricostruzione a più voci del terzo atto

[di Roberta Ferraresi] La vicenda dell’Orestea non si chiude con le Coefore. C’è la terza tragedia della trilogia, le Eumenidi, in cui appunto si compie quel passaggio di generazioni e poteri discusso fra gli altri da Bachofen. È un ultimo, breve atto previsto naturalmente anche dalla regia di Castellucci, sia nella versione originaria del 1995 che nel riallestimento attuale. Ma è una parte che nelle repliche italiane, al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival, non è potuta andare in scena per ragioni burocratiche: la mancata autorizzazione alla presenza sul palco delle scimmie macaco che avrebbero dovuto rappresentare proprio le Erinni, tormento del senso di colpa di Oreste, poi convertite – durante il processo al principe che ne vedrà la finale assoluzione – da Atena in Eumenidi, custodi della giustizia della città. È possibile in qualche modo provare a recuperare la presenza di questo finale mancante, ricostruendolo tramite i diversi documenti, racconti e discorsi nei quali se ne sono sedimentate le tracce. Le Eumenidi nelle testimonianze degli anni Novanta Per usare le parole della Socìetas – da un testo pubblicato nel ’95 sul “Patalogo” – «nella terza parte, le Eumenidi, la scena si schiaccia e le figure umane si muovono… Continua a leggere

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“ORESTEA” 1995. VENT’ANNI PRIMA. Discorsi verso una teoria dell’attore

[di Roberta Ferraresi] A metà degli anni Novanta, al suo debutto, Orestea (una commedia organica?) è uno spettacolo che colpisce non poco gli osservatori del tempo: fra i finalisti del Premio Ubu di quell’anno, all’interno del Patalogo è protagonista di ben due diverse inchieste speciali – conquistando la copertina di entrambe –, una delle quali dedicata a L’attore nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, con la cura di Oliviero Ponte di Pino (l’altra anch’essa piuttosto significativamente era intitolata Apocalisse 2000). L’occasione del riallestimento dello spettacolo nel 2015 può essere dunque anche quella di rintracciare gli elementi che negli anni hanno colpito i suoi diversi osservatori, facendo di questo lavoro uno dei più importanti del Nuovo Teatro italiano post-novecentesco; con, al centro – scopriamo –, proprio la questione dell’attore, che la Socìetas stava radicalmente rielaborando in quegli anni. Le figure e le modalità di presenza che popolano la scena emergono così come asse portante del discorso, sia rispetto all’attenzione della critica che nei ragionamenti espressi dagli artisti stessi. Ed è una sorta di “analisi di impatto” che riverbera nel tempo, giungendo fino ad oggi, dal momento che – come dichiara Romeo Castellucci in un’intervista pubblicata sul libretto di sala in occasione del… Continua a leggere

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“ORESTEA”, ROMA, 2016. La recensione dello spettacolo

[di Roberta Ferraresi] Un fuoco rovesciato, proiettato sul proscenio buio. Così si apre l’Orestea della Socìetas Raffaello Sanzio diretta da Romeo Castellucci. È l’inizio dell’Agamennone, primo atto dello spettacolo e prima tragedia della trilogia di Eschilo, l’unica giunta intatta dalla Grecia antica. «Benvenuta fiamma della notte», si sente dal buio del palcoscenico: il fuoco capovolto è quello che annuncia il rientro in patria di Agamennone, re di Argo, dopo la guerra di Troia. È da qui che tutto – lo spettacolo di Castellucci, la trilogia eschilea, il mito – ha inizio: il ritorno del re argivo alla sua città, al suo palazzo, alla sua famiglia. La situazione scenica è tutta “alla rovescia”, non solo per la fiamma al contrario, ma anche per la Scolta che dà l’annuncio: il monologo con cui si apre Orestea (una commedia organica?) è pronunciato da una figura nera in piedi su una sedia che si staglia nel buio al centro del palco in posizione precaria, quasi acrobatica, decisamente antigravitazionale. Fin qui, tutto sommato niente di strano: l’allestimento aderisce alla trama eschilea. Così si inaugura il primo incontro, nel 1995, della compagnia cesenate con la forma tragica classica, aprendo un itinerario che darà poi i suoi… Continua a leggere

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FOCUS 2 | “ORESTEA” DELLA SOCÌETAS RAFFAELLO SANZIO (2016-1995)

[di Roberta Ferraresi] Il focus di dicembre è dedicato a Orestea (una commedia organica?), spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio diretto da Romeo Castellucci. L’opera è un lavoro storico della compagnia – aveva debuttato nell’aprile 1995 al Fabbricone di Prato – ed è stata riallestita nel 2015 su commissione del Festival d’Automne à Paris, nel quadro di uno dei “ritratti d’artista” che ogni anno la manifestazione dedica ai maggiori esponenti della scena contemporanea internazionale. Un anno dopo, questo autunno, lo spettacolo è arrivato al debutto italiano, al Teatro Argentina di Roma, nel contesto di Romaeuropa Festival; purtroppo, per ragioni burocratiche, nelle repliche italiane il riallestimento di Orestea è andato in scena senza il terzo e ultimo atto, che corrisponde alle Eumenidi della trilogia eschilea. Per questo, il focus è diviso in tre parti distinte: prima, il racconto-recensione di Orestea (una commedia organica?) nella versione vista a Roma il 5 ottobre 2016; poi, un racconto a più voci – degli artisti della Socìetas e dei critici – che negli anni si sono intrecciate sul lavoro e permettono di rintracciare i bandoli del percorso della compagnia sulla questione dell’attore; infine, il focus si conclude con un tentativo di ricostruzione delle Eumenidi, sempre attraverso la… Continua a leggere

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IL GIULLARE E IL GRECISTA: PER DARIO FO E BENEDETTO MARZULLO

[di Marco De Marinis] Se ne sono andati nello stesso giorno, giovedì scorso 13 ottobre, Dario Fo (1926), che non ha bisogno di presentazioni, e Benedetto Marzullo (1923), grecista e studioso di teatro, non solo antico. Naturalmente del primo si sono occupati i mezzi d’informazione di tutto il mondo, com’è comprensibile e giusto. Meno giusto anche se purtroppo ugualmente comprensibile è – a mio parere – che quasi nessuno abbia ricordato il secondo, a cui invece la cultura italiana deve molto, essendo egli stato l’inventore di una delle pochissime novità autentiche partorite dal dopoguerra ad oggi dalla nostra Università, e quindi dal nostro sistema formativo: parlo del DAMS, il corso di laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, nato su suo impulso a Bologna del 1970, grazie al quale per la prima volta l’insegnamento dei linguaggi artistici e dei mass media, in altre parole la modernità, fecero ingresso organicamente nelle Facoltà umanistiche. Quando si parla di “nuovo umanesimo” nella cultura del nostro Paese bisognerebbe tenere conto (e invece non lo si fa quasi mai) anche dell’indiscutibile contributo che ad esso hanno dato appunto il DAMS, negli ormai quasi cinquant’anni di vita, e il suo geniale ideatore, il… Continua a leggere

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LA SCENA DEL CIRCO CAMBIATO. Nuove frontiere dell’ibridazione artistica

[di Silvia Mei] L’interesse crescente verso i fenomeni di circo attuale riposa principalmente nella progressiva ibridazione dei linguaggi che lo ha riguardato, massicciamente, negli ultimi venti anni, producendo esperienze al limite del sapere di genere. Inoltre la vocazione a una comunicazione diretta, il carattere popolare e la malleabilità dei formati hanno reso le arti circensi sempre più appetibili ad operatori di vari settori. Al di là di mere considerazioni mercantili e opportunità puramente ministeriali (la “multidisciplinarietà” del legislatore), l’arte del circo si attesta oggi come una speciale piattaforma di osservazione delle mutazioni in atto nella lingua dell’arte, e questo in virtù di tratti “incolti” (la friche di Gilles Clément) che la rendono a pieno titolo uno “spazio indeciso” (ancora Clément). In quanto area di accoglienza di alterità linguistiche non banalmente transitorie, si è addirittura giunti ad affermare, seppur con intento provocatorio, che il circo non esiste. E in effetti non esiste più il circo della tradizione – quello che abbiamo in mente, a partire dall’immaginario ottocentesco, e che è oggi residuale, museificato – tantomeno quello “nuovo”, già in fase di storicizzazione, che ha rifondato la disciplina nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Le esperienze più significative del panorama circense… Continua a leggere

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