Renzo Filippetti

Devo confessare che sono venuto a quest’incontro un po’ prevenuto: temevo rischiasse di trattarsi di un’assemblea di combattenti e reduci. Tante volte si parla del Terzo Teatro al passato, come qualcosa che c’è stato e non c’è più, ma non è così. Dall’altro lato, mi ha colpito l’intervento di Gabriele Vacis, che cercava nel suo computer frammenti legati al Terzo Teatro. E ho pensato: non voglio finire in un computer, è veramente deleterio – siamo carne e sangue. Devo però ricordare che Gabriele Vacis ha scritto un importante libro “Awareness” (consapevolezza) sulla permanenza di Grotowski a Torino, riportando fedelmente quello che Grotowski diceva, una cosa rara perché normalmente quelli che parlano di Grotowski interpretano quello che lui ha detto. C’è un elemento di discrimine fondamentale da chiarire sul Terzo Teatro: è stato un’ipotesi strategica che i critici hanno trasformato in una corrente artistica, ma in realtà era anzitutto un modo di occupare un territorio ideato da quei gruppi che non si riconoscevano né nel teatro tradizionale né in quello d’avanguardia. Ho sempre pensato al Terzo Teatro come ad un accampamento beduino pieno di identità diverse tra loro ma accomunate da un unico bisogno: costruire una terra dove far germogliare le… Continua a leggere

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Pino Di Buduo

Questa importante manifestazione è un’occasione che ci riunisce, che ci fa incontrare e ci permette di scambiare le nostre ultime esperienze e soprattutto di riflettere sulla storia del Terzo Teatro, sulla nostra storia che ha aperto tante nuove possibilità per il mondo teatrale, che poi si sono affermate e oggi mi sembrano finalmente acquisite. Alcuni concetti, alcune pratiche, alcuni campi di ricerca prima non esistevano: è il Terzo Teatro che le ha introdotte insieme a tutto il grande movimento dei teatri di base dagli anni Settanta in poi. Ha introdotto, per esempio, in modo organico – proprio per la sua natura –, il rapporto con il territorio. A questo riguardo posso raccontare la storia del Teatro Potlach, che ho fondato insieme a Daniela Regnoli nel 1976 a Fara Sabina, un borgo medievale a pochi chilometri da Roma. A quell’epoca ero assistente alla cattedra di Tradizioni Popolari del prof. Diego Carpitella e alla cattedra di Antropologia Culturale del prof. Alberto Mario Cirese nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Pensavo a una carriera universitaria dedicata ai nuovi campi di ricerca scientifica applicati all’uomo, alle comunità, alle identità e alle tradizioni. In questi settori mi impegnavo molto, ma… Continua a leggere

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Horacio Czertok

Per fare in fretta: ho avuto la fortuna di pubblicare un libro, Teatro in esilio – edito anche in tedesco per i tipi di Brandes&Apsel Frankfurt e recentemente in inglese col titolo Theatre of Exile presso Routledge (2016), a dimostrazione del vivo interesse che esiste in altri territori su questa esperienza del teatro –, e lì potete trovare le nostre storie, avventure, scelte, metodologie. Una volta ho chiesto a Claudio Abbado – che viene spesso a Ferrara – perché si fosse impegnato nella creazione di proprie orchestre e non suonasse mai con per esempio l’orchestra sinfonica “Arturo Toscanini”; mi guardò stranito e mi rispose: “mai”. Avete visto Prova d’orchestra? Come si fa a suonare con un’orchestra dove a una certa ora la prima tromba dice “ora basta, pausa sindacale”? Ecco allora che Abbado si è creato le proprie orchestre. Questo insegna che se vuoi creare il tuo teatro ti devi creare le condizioni in cui poter lavorare, dove decidi tu quando è giorno e quando notte, dove scegli gli strumenti che vuoi usare. Tra l’altro Abbado ha gli spartiti e un pubblico affezionato. Noi invece dovevamo creare le nostre partiture e, da esuli, anche il nostro pubblico. Quando siamo arrivati… Continua a leggere

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Claudia Contin Arlecchino

LA GUERRA DEL POETA. UN HAIKU TEATRALE FRA GIUSEPPE UNGARETTI E EGON SCHIELE, di Claudia Contin Arlecchino   La Guerra del Poeta, realizzata nel 2014, è una performance di Claudia Contin Arlecchino per la regia di Ferruccio Merisi, che sviluppa e porta a compimento un nodo tematico e una invenzione espressiva già toccati nei precedenti lavori della Scuola Sperimentale dell’Attore, una compagnia istituita a Pordenone nel 1990 dall’attrice friulana e dal regista bergamasco. La tecnica d’attore su cui si basa la performance è denominata “Tragedia dell’Arte” ed è ancora precedente: fondata da Claudia Contin Arlecchino nel 1987, si basa sui suoi studi posturali dell’opera del pittore Egon Schiele, avviati sin dalle frequentazioni giovanili dell’attrice all’Istituto d’Arte di Udine, all’Università di Architettura e all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma chi è Egon Schiele per l’attrice conosciuta come la prima donna a indossare i panni del carattere maschile di Arlecchino? Nato a Vienna nel 1890 e morto di influenza a soli 28 anni pochi giorni dopo la fine della Grande Guerra, Schiele venne considerato al suo tempo un pittore ribelle e scandaloso. Oggi è, invece, uno dei simboli più rappresentativi di quella che può essere chiamata la “grande crisi” dell’Arte e… Continua a leggere

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Beppe Chierichetti

Sono un attore. Questo vuol dire, tra le altre cose, che non sono una persona abituata a riflettere pubblicamente sul teatro. Piuttosto, sul senso di alcuni percorsi personali. Forse per questo, alla domanda cosa sia ora, cosa sia stato e quale debba essere considerato un carattere distintivo del Terzo Teatro l’unica risposta che mi viene spontanea è: la fedeltà. La fedeltà alla propria storia. Per noi del Teatro Tascabile di Bergamo si traduce in: fedeltà al gruppo. Sono parole chiave. Fedeltà. Storia. Noi, nostra. La fedeltà costa cara. Perché abbiamo continuato così, secondo la nostra tradizione e le nostre logiche, forse non sempre noi stessi avremmo saputo dirlo. Però abbiamo disciplinatamente pagato fino in fondo la fedeltà e il lusso di parlare di una “nostra” storia. Ora vi svelerò un piccolo segreto. Il 16 dicembre del 2016 il Sindaco di Bergamo ha insignito il nostro teatro della Medaglia D’oro e Civica Benemerenza del Comune “per aver contribuito con disinteressata dedizione, attraverso la sua opera e le sue azioni, al prestigio della città. L’originalità dell’azione, la continuità di percorso, le attività di formazione e il fertile intreccio con altri enti e associazioni fanno del TTB un attore culturale di grande qualità… Continua a leggere

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Mario Barzaghi

L’ATLETA E L’ATTORE, di Mario Barzaghi   Quando mi hanno proposto di intervenire all’interno del convegno Terzo Teatro: ieri, oggi e domani, mi sono chiesto, in primo luogo, quale potesse essere la forma più adatta per dar corpo, nei venti minuti a disposizione, a una sintesi del mio percorso attoriale che ha mosso i primi passi negli anni Settanta. Ho scelto, dopo essermi consultato con i miei compagni di lavoro del Teatro dell’Albero, una modalità performativa capace di coniugare la spiegazione con l’esempio pratico. È nato così l’intervento che abbiamo chiamato L’atleta e l’attore. Cosa hanno in comune un atleta e un attore? Non certo i muscoli, né il corpo ben levigato, né l’agilità ginnica; il legame è più sottile. Quello che a me interessa è il momento che precede la gara, l’attimo che viene prima del fischio, del colpo di pistola dello starter. In quell’istante tutto il corpo è pronto, è teso verso il traguardo, è nella compressione che anticipa l’esplosione. Questo è quello che accade in quella frazione di tempo che precede l’ingresso in scena. Immagino il corpo “compresso”, “costretto”, ridotto alla sua essenza, quasi fosse lo scarabocchio di un bimbo su un foglio bianco: una linea verticale… Continua a leggere

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Roberto Bacci

SIAMO STATI NEL TEMPO, di Roberto Bacci   Il Terzo Teatro è la storia di uomini che oggi non esistono più. Di un Paese che non esiste più. Di una società che non esiste più. Di una politica culturale che non esiste più. Eppure qualcosa resta e ci spinge non tanto a “ricordare”, ma a riflettere sul “presente”, perché anche il futuro non esiste più (o ancora). Se rifletto vedo prima di tutto una necessità di “teatri”, un plurale che, pur partendo da una definizione singolare, riusciva a moltiplicarsi in tante e diverse direzioni fino a sentire stretta persino la definizione di Terzo Teatro. Personalmente ho sempre ignorato questa definizione come una linea di condotta o una opzione politica, anche se la politica è stata fin dall’inizio una strada importante nelle mie scelte. Ma “politica” ha significato non il fine della creazione, bensì quello dell’organizzazione del lavoro, del nutrimento culturale mio e dell’ambiente teatrale, la contrapposizione ai modelli generali del teatro di quel periodo e la volontà di creare un modello “pubblico” autonomo che potesse organizzare la produzione di spettacoli e di cultura teatrale in modo alternativo. Così sono nati l’esperienza di Pontedera, e i Festival che ho diretto (Santarcangelo… Continua a leggere

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David Beronio

DOMANDE SENZA RISPOSTA, di David Beronio   Per condurre una riflessione sull’eredità del Terzo Teatro è necessario da un lato rifarsi a una prospettiva storica, come il convegno si propone di fare attraverso il ricco programma di testimonianze dirette di chi ha vissuto quella stagione in prima persona e da protagonista; dall’altro, occorre individuare quali sono le domande a cui il lavoro di tanti artisti ha cercato di proporre delle risposte, attraverso gli spettacoli e le strategie culturali di volta in volta messe in opera. Quelle stesse domande che ancora oggi ci interpellano, ancora oggi risuonano per artisti e studiosi, spesso senza essere accolte. Sono le domande che tutta l’arte pone sempre a chi la pratica, e che un’arte fluida e refrattaria a schemi e definizioni come il teatro pone con particolare forza. Considerando un’attività artistica non come un modo per creare intrattenimento e nemmeno come un mestiere che si colloca in un più ampio panorama di professionismo della cultura, restano un senso e uno scopo dell’arte ben precisi che sono quelli di stabilire un orizzonte di conoscenza. L’arte, dunque, come un’attività finalizzata ad ampliare la conoscenza del mondo e dell’uomo sia per chi la fa, sia per chi la… Continua a leggere

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IL FOLLE VOLO Interviste a Pietro Floridia e Abraham Tesfai

[a cura di Laura Budriesi e Alice Farneti] Se dovessi ricordare Pietro Floridia con un’immagine menzionerei quella particolarmente significativa di un cielo visto dal basso, tra le maglie di una rete, quella alta cinque metri dell’ex Cie di Via Mattei, a Bologna, ex centro di reclusione ed espulsione, ora Hub, un centro di prima accoglienza e transito per migranti. Ospite del convegno “Danze africane in transito”, a cura di Giovanni Azzaroni e di chi scrive, Floridia ha raccontato la sua esperienza laboratoriale svolta negli anni nel centro di reclusione, spazio chiuso percepito come luogo di segregazione carceraria, da cui cominciava a trapelare oltre il muro di cinta una realtà di violenze e abusi da parte di polizia e sorveglianti. Il regista bolognese aveva focalizzato il suo intervento sull’uso della danza come primo contatto tra due gruppi – lui e alcuni dei suoi attori – e i migranti: «due gruppi entrambi piuttosto spaesati, entrambi non a casa propria, entrambi in una terra di nessuno». Ricordava come nell’aria ci fosse un certo imbarazzo fino a che non aveva deciso di mettere al centro del cerchio un tamburo e in quel modo avevo preso vita una danza improvvisata, spontanea: «l’incendio era divampato, si era… Continua a leggere

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OLTRE LE COLONNE D’ERCOLE La tempesta scritta sull’acqua di Cantieri Meticci

[di Laura Budriesi] Il viaggio verso l’Altro comincia sempre con una nave. Che sia una delle caravelle di Cristoforo Colombo? Oppure un vascello corsaro pieno di tesori? O forse è la nave con cui inizia La tempesta di Shakespeare che di qui a poco farà naufragio nei Caraibi, o a Lampedusa visto che viene da Algeri, grazie alle magie di Prospero o forse, visti i tempi e le rotte, potrebbe anche avere la stiva carica di migranti (Cantieri Meticci, Calibano). Una maschera da uomo-pesce, da uomo-animale. Uno degli oggetti di scena, una delle tecniche attoriali scelte per penetrare nel Calibano. Mi interessano le maschere, mi ispirano domande, mi ricordano l’Africa e la mia immersione nei suoi rituali, lo “spossessamento” che subiva il danzatore indossandola. Di “spossessamento”, di identità multipla, fragile o meticcia ci parlano anche le storie di vita reale dei giovani che danno vita al gruppo Cantieri Meticci, storie spesso nate sulle strade percorse dall’Africa, dall’Afghanistan, dall’Iran, dalla Cina, verso l’Italia. Anche di queste storie si nutre la drammaturgia dello spettacolo Calibano, presentato a luglio dello scorso anno a Bologna. Il protagonista è interpretato da un giovane attore migrante che indossa la maschera del pesce- mostro. Forse perché egli viene… Continua a leggere

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