CANTIERI METICCI Dove migranti, rifugiati e italiani diventano «professionisti delle arti»

[di Laura Budriesi] Pietro Floridia è il regista di Cantieri Meticci, un gruppo particolare, un ensemble assai eterogeneo nato tre anni fa, dove migranti, rifugiati, richiedenti asilo si mischiano a italiani ed europei e i partecipanti provengono da molti paesi, tra cui Afghanistan, Belgio, Camerun, Cina, Nigeria, Pakistan, Russia, Eritrea. Gli attori sono «ragazzi incontrati per strada a cui viene data la possibilità di divenire professionisti delle arti», sottolinea Floridia. Il progetto prende forma nel 2005 nell’ambito delle attività della Compagnia del Teatro dell’Argine. Originariamente si chiamava Compagnia dei Rifugiati ed è nata come progetto laboratoriale, all’interno sia del Teatro ITC di San Lazzaro di Savena sia del Centro Interculturale Zonarelli: qui a poco a poco le lezioni di italiano si sono unite alla pratica teatrale. L’idea era quella di coinvolgere i rifugiati politici per riempiere un vuoto, quel periodo di tempo indefinito che loro trascorrono in attesa di ottenere un riconoscimento dallo Stato italiano. Il desiderio era, ed è, quello di far recitare chi a fare l’attore non aveva mai pensato, come la volontà politica è quella di far corrispondere teatro e polis. Una polis che oltretutto in questi anni ha cambiato notevolmente la sua composizione. Il gruppo nel… Continua a leggere

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DAL 2016 AL 1995. IN CERCA DELLE “EUMENIDI”. Una ricostruzione a più voci del terzo atto

[di Roberta Ferraresi] La vicenda dell’Orestea non si chiude con le Coefore. C’è la terza tragedia della trilogia, le Eumenidi, in cui appunto si compie quel passaggio di generazioni e poteri discusso fra gli altri da Bachofen. È un ultimo, breve atto previsto naturalmente anche dalla regia di Castellucci, sia nella versione originaria del 1995 che nel riallestimento attuale. Ma è una parte che nelle repliche italiane, al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival, non è potuta andare in scena per ragioni burocratiche: la mancata autorizzazione alla presenza sul palco delle scimmie macaco che avrebbero dovuto rappresentare proprio le Erinni, tormento del senso di colpa di Oreste, poi convertite – durante il processo al principe che ne vedrà la finale assoluzione – da Atena in Eumenidi, custodi della giustizia della città. È possibile in qualche modo provare a recuperare la presenza di questo finale mancante, ricostruendolo tramite i diversi documenti, racconti e discorsi nei quali se ne sono sedimentate le tracce. Le Eumenidi nelle testimonianze degli anni Novanta Per usare le parole della Socìetas – da un testo pubblicato nel ’95 sul “Patalogo” – «nella terza parte, le Eumenidi, la scena si schiaccia e le figure umane si muovono… Continua a leggere

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“ORESTEA” 1995. VENT’ANNI PRIMA. Discorsi verso una teoria dell’attore

[di Roberta Ferraresi] A metà degli anni Novanta, al suo debutto, Orestea (una commedia organica?) è uno spettacolo che colpisce non poco gli osservatori del tempo: fra i finalisti del Premio Ubu di quell’anno, all’interno del Patalogo è protagonista di ben due diverse inchieste speciali – conquistando la copertina di entrambe –, una delle quali dedicata a L’attore nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, con la cura di Oliviero Ponte di Pino (l’altra anch’essa piuttosto significativamente era intitolata Apocalisse 2000). L’occasione del riallestimento dello spettacolo nel 2015 può essere dunque anche quella di rintracciare gli elementi che negli anni hanno colpito i suoi diversi osservatori, facendo di questo lavoro uno dei più importanti del Nuovo Teatro italiano post-novecentesco; con, al centro – scopriamo –, proprio la questione dell’attore, che la Socìetas stava radicalmente rielaborando in quegli anni. Le figure e le modalità di presenza che popolano la scena emergono così come asse portante del discorso, sia rispetto all’attenzione della critica che nei ragionamenti espressi dagli artisti stessi. Ed è una sorta di “analisi di impatto” che riverbera nel tempo, giungendo fino ad oggi, dal momento che – come dichiara Romeo Castellucci in un’intervista pubblicata sul libretto di sala in occasione del… Continua a leggere

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“ORESTEA”, ROMA, 2016. La recensione dello spettacolo

[di Roberta Ferraresi] Un fuoco rovesciato, proiettato sul proscenio buio. Così si apre l’Orestea della Socìetas Raffaello Sanzio diretta da Romeo Castellucci. È l’inizio dell’Agamennone, primo atto dello spettacolo e prima tragedia della trilogia di Eschilo, l’unica giunta intatta dalla Grecia antica. «Benvenuta fiamma della notte», si sente dal buio del palcoscenico: il fuoco capovolto è quello che annuncia il rientro in patria di Agamennone, re di Argo, dopo la guerra di Troia. È da qui che tutto – lo spettacolo di Castellucci, la trilogia eschilea, il mito – ha inizio: il ritorno del re argivo alla sua città, al suo palazzo, alla sua famiglia. La situazione scenica è tutta “alla rovescia”, non solo per la fiamma al contrario, ma anche per la Scolta che dà l’annuncio: il monologo con cui si apre Orestea (una commedia organica?) è pronunciato da una figura nera in piedi su una sedia che si staglia nel buio al centro del palco in posizione precaria, quasi acrobatica, decisamente antigravitazionale. Fin qui, tutto sommato niente di strano: l’allestimento aderisce alla trama eschilea. Così si inaugura il primo incontro, nel 1995, della compagnia cesenate con la forma tragica classica, aprendo un itinerario che darà poi i suoi… Continua a leggere

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LA SCENA DEL CIRCO CAMBIATO. Nuove frontiere dell’ibridazione artistica

[di Silvia Mei] L’interesse crescente verso i fenomeni di circo attuale riposa principalmente nella progressiva ibridazione dei linguaggi che lo ha riguardato, massicciamente, negli ultimi venti anni, producendo esperienze al limite del sapere di genere. Inoltre la vocazione a una comunicazione diretta, il carattere popolare e la malleabilità dei formati hanno reso le arti circensi sempre più appetibili ad operatori di vari settori. Al di là di mere considerazioni mercantili e opportunità puramente ministeriali (la “multidisciplinarietà” del legislatore), l’arte del circo si attesta oggi come una speciale piattaforma di osservazione delle mutazioni in atto nella lingua dell’arte, e questo in virtù di tratti “incolti” (la friche di Gilles Clément) che la rendono a pieno titolo uno “spazio indeciso” (ancora Clément). In quanto area di accoglienza di alterità linguistiche non banalmente transitorie, si è addirittura giunti ad affermare, seppur con intento provocatorio, che il circo non esiste. E in effetti non esiste più il circo della tradizione – quello che abbiamo in mente, a partire dall’immaginario ottocentesco, e che è oggi residuale, museificato – tantomeno quello “nuovo”, già in fase di storicizzazione, che ha rifondato la disciplina nei primi anni Ottanta del secolo scorso. Le esperienze più significative del panorama circense… Continua a leggere

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UN’ESTATE ITALIANA

[di Silvia Mei] Pare una lunga, interminabile stagione di mezzo, l’estate festivaliera che investe la nostra penisola nell’arco di quasi cinque mesi, per non dire sei. Una mezza stagione che copre, appunto, metà anno solare, da maggio a settembre, con anticipazioni in aprile e prolungamenti in ottobre. Ma anche l’altra stagione, dopo quella consueta degli abbonamenti annuali. Sarebbe comunque fin troppo ottimistico considerarla una costellazione nella galassia del sistema teatro italiano. Da una parte per lo scollamento sempre più marcato con le stagioni stabili (quelle dei Teatri Nazionali), dall’altro per l’assenza di un tessuto connettivo (ideale, se si vuole) che tenga insieme le componenti di un paesaggio sempre più perturbato da instabilità climatiche e rovesci temporaleschi. L’estate del terzo millennio è ufficialmente tropicale. Non sai mai come vestirti, l’acquazzone è sempre in agguato e l’afa umida di una pioggia imprevista fa da prologo a un sole essiccatore. Verrebbe da dire, per citare una canzone un po’ retrò, un po’ nostalgica, e neanche troppo pop, odio l’estate. Il critico temerario che volesse battere – e chi scrive non si è voluta sottrarre quest’anno all’eroica impresa – i principali festival italiani dovrebbe farsi scritturare dalla propria testata per una “tournée” da fisici temprati (a tutto). Bisogna… Continua a leggere

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NON È UN TEATRO PER BAMBINI. “Five Easy Pieces” di Milo Rau

[di Silvia Mei] L’impressione che si registra vedendo l’ultimo spettacolo di Milo Rau – acclamato regista svizzero rivelazione di questa estate festivaliera – è di trovarsi di fronte a un genio o a un furbo mestierante. E il suo Five Easy Pieces (creazione in prima nazionale a Short Theatre 11, Roma poi a Terni Festival e a Contemporanea, Prato), è il tipico spettacolo che divide: non perché spacca in due l’opinione di pubblico e critica, ma perché “divide” lo spettatore stesso, sollecitando nell’arco di un’ora e mezzo di rappresentazione un magma di emozioni contrastanti. Il pregiudizio cede il passo alla compassione, lo spirito dubbioso all’emotività, l’orrore alla tenerezza. Se ne esce, per così dire, frastornati e scossi. Il fenomeno Milo Rau (classe 1977) è comunque tutt’altro che fatto recente, sebbene il riconoscimento artistico si attesti a partire dal 2012 (dopo una serie di premi e inviti a prestigiose istituzioni, anche le due importanti retrospettive a Berlino e a Parigi tra il 2014 e il 2015). La sua formazione non è certo improvvisata: solida nelle scienze sociali e in filosofia (è stato allievo diretto di Todorov e Bourdieu) ma decisamente ibrida negli esiti performativi (a partire dal 2002). Qui convergono i… Continua a leggere

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