UNO “SCENARIO” CORAGGIOSO Premio Scenario 2017 – Edizione del trentennale

[di Fabio Acca] La finale 2017 del Premio Scenario, svoltasi per la nona volta consecutiva a Santarcangelo di Romagna e ospitata dal 10 al 12 luglio al Teatro Lavatoio nell’ambito di Santarcangelo Festival, verrà sicuramente ricordata come una delle più significative degli ultimi anni. Non solo per la qualità delle 15 creazioni finaliste presentate, ma soprattutto per l’ammirevole impegno di tutti coloro che hanno lavorato a questa 16a edizione del trentennale. Uno sforzo a dir poco coraggioso, in tempi di “totale mancanza di qualsiasi attenzione alla creatività giovanile da parte di governi e partiti”, per citare uno stralcio dell’appassionata lettera indirizzata da Marco Baliani (presidente della giuria, nonché ideatore e fondatore del Premio Scenario nel 1987) alla comunità teatrale italiana all’indomani della finale santarcangiolese. È ormai storicamente assodato che il progetto Scenario ha avuto – e detiene tuttora – un ruolo determinante nel riconoscere, accompagnare e portare a una evidenza nazionale le migliori energie della giovane scena contemporanea italiana. Per stare solo alle edizioni del nuovo millennio, è sempre utile ricordare che da qui sono emersi numerosi artisti dell’attuale panorama nazionale della ricerca, tra cui, per menzionarne alcuni, Emma Dante, Davide Enia, Habillé d’Eau, Francesca Proia, Teatro Sotterraneo, Gianfranco Berardi,… Continua a leggere

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“MORE LOVE”. UNA NOTA SUL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI TEATRO DI SIBIU | 9-18 Giugno 2017

[di Alba Simina Stanciu] Articolato evento del mondo teatrale internazionale, in galoppante espansione tanto nella proposta dei più recenti “prodotti artistici” quanto nella varietà delle diverse forme performative, la XXIV edizione del Festival Internazionale di Teatro di Sibiu (Romania) ha proposto sedici sezioni, a cui hanno partecipato nomi di primo piano delle arti e dello spettacolo. Il Festival, strutturato anche come una piattaforma per il lancio e lo sviluppo della creatività teatrale e del management culturale, favorisce incontri di teorici e artisti, declinati in conferenze, sessioni seminariali, presentazioni di libri e traduzioni di alcune tra le più valide opere specialistiche: una serie di appuntamenti sostenuta dalla presenza di importanti centri accademici internazionali delle arti e dello spettacolo, come ad esempio la Brown University (USA), la Pace School of Performing Arts (New York, USA), la National Academy of Theatre and Film Arts (Sofia, Bulgaria), The State University of New York (USA), e la Kazaliste Virovitica & Umjetnicka Akademija u Osijeku (Croazia). Il Festival propone altresì alcuni specifici appuntamenti per giovani attori, da workshop sulla tecnica interpretativa, a laboratori di lotte coreografiche (coordinati da prestigiosi esperti quali Adam Lazarus, Andreas Manolikakis, Steven Lantz Gefroh o Elena Kuzin), a sezioni dedicati ai libri, con presentazioni, conferenze e traduzioni. Le quotidiane conferenze del FITS rappresentano un ulteriore polo di interesse del Festival: sono presenti infatti… Continua a leggere

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IL FOLLE VOLO Interviste a Pietro Floridia e Abraham Tesfai

[a cura di Laura Budriesi e Alice Farneti] Se dovessi ricordare Pietro Floridia con un’immagine menzionerei quella particolarmente significativa di un cielo visto dal basso, tra le maglie di una rete, quella alta cinque metri dell’ex Cie di Via Mattei, a Bologna, ex centro di reclusione ed espulsione, ora Hub, un centro di prima accoglienza e transito per migranti. Ospite del convegno “Danze africane in transito”, a cura di Giovanni Azzaroni e di chi scrive, Floridia ha raccontato la sua esperienza laboratoriale svolta negli anni nel centro di reclusione, spazio chiuso percepito come luogo di segregazione carceraria, da cui cominciava a trapelare oltre il muro di cinta una realtà di violenze e abusi da parte di polizia e sorveglianti. Il regista bolognese aveva focalizzato il suo intervento sull’uso della danza come primo contatto tra due gruppi – lui e alcuni dei suoi attori – e i migranti: «due gruppi entrambi piuttosto spaesati, entrambi non a casa propria, entrambi in una terra di nessuno». Ricordava come nell’aria ci fosse un certo imbarazzo fino a che non aveva deciso di mettere al centro del cerchio un tamburo e in quel modo avevo preso vita una danza improvvisata, spontanea: «l’incendio era divampato, si era… Continua a leggere

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OLTRE LE COLONNE D’ERCOLE La tempesta scritta sull’acqua di Cantieri Meticci

[di Laura Budriesi] Il viaggio verso l’Altro comincia sempre con una nave. Che sia una delle caravelle di Cristoforo Colombo? Oppure un vascello corsaro pieno di tesori? O forse è la nave con cui inizia La tempesta di Shakespeare che di qui a poco farà naufragio nei Caraibi, o a Lampedusa visto che viene da Algeri, grazie alle magie di Prospero o forse, visti i tempi e le rotte, potrebbe anche avere la stiva carica di migranti (Cantieri Meticci, Calibano). Una maschera da uomo-pesce, da uomo-animale. Uno degli oggetti di scena, una delle tecniche attoriali scelte per penetrare nel Calibano. Mi interessano le maschere, mi ispirano domande, mi ricordano l’Africa e la mia immersione nei suoi rituali, lo “spossessamento” che subiva il danzatore indossandola. Di “spossessamento”, di identità multipla, fragile o meticcia ci parlano anche le storie di vita reale dei giovani che danno vita al gruppo Cantieri Meticci, storie spesso nate sulle strade percorse dall’Africa, dall’Afghanistan, dall’Iran, dalla Cina, verso l’Italia. Anche di queste storie si nutre la drammaturgia dello spettacolo Calibano, presentato a luglio dello scorso anno a Bologna. Il protagonista è interpretato da un giovane attore migrante che indossa la maschera del pesce- mostro. Forse perché egli viene… Continua a leggere

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FOCUS 3 | CANTIERI METICCI O DELLA NECESSITÀ DI SCATENARE TEMPESTE Work in progress sulle arti performative di matrice africana a Bologna

[di Laura Budriesi] Da diversi mesi partecipo alla realizzazione di un progetto di ricerca sugli aspetti performativi delle culture dei migranti africani a Bologna, sia in forma di intervista e ricerca scritta, che di documentazione video, in collaborazione con Giovanni Azzaroni (Dipartimento delle Arti – Università di Bologna) e Cristiana Natali (Dipartimento di Storia Cultura e Civiltà – Università di Bologna). «Scopo del progetto – secondo Azzaroni – dovrebbe essere non solo studiare e verificare come le culture dei migranti africani siano variate al contatto con quelle occidentali, ma anche come quelle occidentali si siano arricchite e modificate incontrando quelle africane. In altri termini io e l’altro devono diventare noi». «L’intento – aggiunge invece Cristiana Natali – è verificare in quali forme, attraverso quali canali e quali strategie, le arti performative di matrice africana abbiano trovato una ricezione nel panorama culturale e sociale bolognese e in quale misura abbiano contribuito a creare forme espressive composite. La ricerca prenderà in considerazione sia i lavori di artisti migranti di origine africana sia le proposte di artisti i quali, indipendentemente dalla loro provenienza, hanno fatto delle arti performative di matrice africana il proprio linguaggio espressivo. Particolare attenzione sarà riservata all’analisi di produzioni musicali, teatrali… Continua a leggere

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DAL 2016 AL 1995. IN CERCA DELLE “EUMENIDI”. Una ricostruzione a più voci del terzo atto

[di Roberta Ferraresi] La vicenda dell’Orestea non si chiude con le Coefore. C’è la terza tragedia della trilogia, le Eumenidi, in cui appunto si compie quel passaggio di generazioni e poteri discusso fra gli altri da Bachofen. È un ultimo, breve atto previsto naturalmente anche dalla regia di Castellucci, sia nella versione originaria del 1995 che nel riallestimento attuale. Ma è una parte che nelle repliche italiane, al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival, non è potuta andare in scena per ragioni burocratiche: la mancata autorizzazione alla presenza sul palco delle scimmie macaco che avrebbero dovuto rappresentare proprio le Erinni, tormento del senso di colpa di Oreste, poi convertite – durante il processo al principe che ne vedrà la finale assoluzione – da Atena in Eumenidi, custodi della giustizia della città. È possibile in qualche modo provare a recuperare la presenza di questo finale mancante, ricostruendolo tramite i diversi documenti, racconti e discorsi nei quali se ne sono sedimentate le tracce. Le Eumenidi nelle testimonianze degli anni Novanta Per usare le parole della Socìetas – da un testo pubblicato nel ’95 sul “Patalogo” – «nella terza parte, le Eumenidi, la scena si schiaccia e le figure umane si muovono… Continua a leggere

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FOCUS 2 | “ORESTEA” DELLA SOCÌETAS RAFFAELLO SANZIO (2016-1995)

[di Roberta Ferraresi] Il focus di dicembre è dedicato a Orestea (una commedia organica?), spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio diretto da Romeo Castellucci. L’opera è un lavoro storico della compagnia – aveva debuttato nell’aprile 1995 al Fabbricone di Prato – ed è stata riallestita nel 2015 su commissione del Festival d’Automne à Paris, nel quadro di uno dei “ritratti d’artista” che ogni anno la manifestazione dedica ai maggiori esponenti della scena contemporanea internazionale. Un anno dopo, questo autunno, lo spettacolo è arrivato al debutto italiano, al Teatro Argentina di Roma, nel contesto di Romaeuropa Festival; purtroppo, per ragioni burocratiche, nelle repliche italiane il riallestimento di Orestea è andato in scena senza il terzo e ultimo atto, che corrisponde alle Eumenidi della trilogia eschilea. Per questo, il focus è diviso in tre parti distinte: prima, il racconto-recensione di Orestea (una commedia organica?) nella versione vista a Roma il 5 ottobre 2016; poi, un racconto a più voci – degli artisti della Socìetas e dei critici – che negli anni si sono intrecciate sul lavoro e permettono di rintracciare i bandoli del percorso della compagnia sulla questione dell’attore; infine, il focus si conclude con un tentativo di ricostruzione delle Eumenidi, sempre attraverso la… Continua a leggere

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NON È UN TEATRO PER BAMBINI. “Five Easy Pieces” di Milo Rau

[di Silvia Mei] L’impressione che si registra vedendo l’ultimo spettacolo di Milo Rau – acclamato regista svizzero rivelazione di questa estate festivaliera – è di trovarsi di fronte a un genio o a un furbo mestierante. E il suo Five Easy Pieces (creazione in prima nazionale a Short Theatre 11, Roma poi a Terni Festival e a Contemporanea, Prato), è il tipico spettacolo che divide: non perché spacca in due l’opinione di pubblico e critica, ma perché “divide” lo spettatore stesso, sollecitando nell’arco di un’ora e mezzo di rappresentazione un magma di emozioni contrastanti. Il pregiudizio cede il passo alla compassione, lo spirito dubbioso all’emotività, l’orrore alla tenerezza. Se ne esce, per così dire, frastornati e scossi. Il fenomeno Milo Rau (classe 1977) è comunque tutt’altro che fatto recente, sebbene il riconoscimento artistico si attesti a partire dal 2012 (dopo una serie di premi e inviti a prestigiose istituzioni, anche le due importanti retrospettive a Berlino e a Parigi tra il 2014 e il 2015). La sua formazione non è certo improvvisata: solida nelle scienze sociali e in filosofia (è stato allievo diretto di Todorov e Bourdieu) ma decisamente ibrida negli esiti performativi (a partire dal 2002). Qui convergono i… Continua a leggere

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